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Castello di Cisterna è un piccolo paese della provincia di Napoli, che si estende nella vasta piana nolano-acerrana, su di una superficie di circa 3,97 Kmq.
Le sue origini sono antichissime: durante il periodo romano Nola, che estendeva i suoi possedimenti sino a Brusciano, e Napoli, che si estendeva sino a Pomigliano d'Arco, si contendevano un tratto di terra comprendente i campi dell'attuale Castello di Cisterna; per evitare una guerra la questione fu rimessa all'arbitrio di Roma, che decise di rendere questo tratto di terra neutrale e di darle il nome di "Campo romano"; fu, pertanto, posto un presidio di soldati e venne scavata una cisterna, da cui il nome di "Castrum Cisternae", ossia Castello di Cisterna, come è riportato anche nei registri dei padri di Montevergine; testimonianza di queste antiche origini fu il ritrovamento, nel 1845 e poi nel 1854, di diversi scheletri umani, alcuni dei quali riposti in sepolcri ornati con vasi e colonne di creta, e di una lapide sepolcrale, datata 200 a.C., ritrovata nel cortile della canonica.
Le prime notizie, certe e documentate, risalgono comunque all'anno 1134: a quel tempo esisteva un ristretto numero di casolari, che occupavano la parte del paese, oggi denominata Pendino o Madonna delle Grazie; gli abitanti erano allora dediti all'agricoltura e all'estrazione dalle cave, ed alla sua lavorazione, della pietra definita "molare" e assai rinomata in tutta la Campania.
In quell'anno Ruggero II, Duca di Napoli e Conte di Acerra, dà in donazione alcune terre nel casale di Castello di Cisterna al glorioso San Guglielmo di Vercelli, fondatore dell'insigne monastero di Montevergine: qui egli fece costruire una chiesetta annessa ad un piccolo monastero, corredato da una biblioteca, la quale si arricchì, nel corso degli anni, di molti rari e pregiati manoscritti. La fabbrica conventuale sorgeva allora fuori dell'antico abitato, nel luogo ancora oggi denominato Montevergine: fino a poco più di cento anni fa si potevano ancora ammirare i ruderi della chiesa e le antiche pitture, che ne adornavano le pareti.
I monaci rimasero a Castello di Cisterna fino al 1292, anno in cui abbandonarono il casale a causa dell'aria poco salubre per le molte acque stagnanti delle vicine paludi, e perchè <<esposti agli incomodi dei passeggeri ed alle molestie dei soldati>>; di qui si trasferirono a Marigliano, dove costruirono un più grande monastero, oggi sede del palazzo municipale; ancora oggi una lapide nel cortile di questo edificio ricorda quel trasfeimento.
Con la soppressione del feudalesimo per volere di Ferdinando d'Aragona, nel 1480, il paese cominciò a reggersi sotto forma di Università e poi di Comune, senza comunque raggiungere una definitiva libertà, e controllato ancora, malgrado l'abolizione, da famiglie di feudatari.
Alla seconda metà del Settecento risale, invece, la costruzione dell'abbazia dedicata al culto di San Nicola di Bari, l'opera più importante nel panorama cittadino, iniziata per volere dell'abate D. Girolamo De Gennaro lungo il corso principale, su di un'antica cava di pietra, detta "la molarella" (poiché la vecchia chiesa parrocchiale non era più in grado di contenere il numero crescente di fedeli); fu solennemente benedetta nel maggio del 1775 e costò 10.000 ducati.
L'edificio religioso, che si eleva sul livello della strada, presenta un ampio sagrato, cui si giunge mediante una doppia scalinata in pietra lavica: l'impianto è a croce greca, con una cupola alta, snella ed abbellita da stucchi; due vani, anch'essi a forma di tempio sotto il livello stradale, furono utilizzati per la congrega del SS. Rosario l'uno e come cimitero sino al 1874 e poi come ricovero per la guerra l'altro. Tra i dipinti, che adornano la fabbrica, meritano particolare menzione: quello nella sacrestia, raffigurante la circoncisione di Gesù (opera realizzata nel 1615 da Prisco Manfellotti e proveniente dalla vecchia chiesa; le due tele nei cappelloni maggiori, raffiguranti la Crocifissione e la Cena Eucaristica (realizzate nel 1774 da Vincenzo De Mita, autore, altresì, di altre quattro tele più piccole rappresentanti l'Immacolata, S. Maria del Suffragio, la Nascita ed il Battesimo di Gesù); un discorso a parte merita il bell'altare maggiore (realizzato da Vincenzo Adamo nel 1784), assai pregevole per i suoi marmi, per l'artistico ciborio e per i due cherubini in marmo bianco e lucido, che lo fiancheggiano.
Intanto la struttura urbana si andava ormai definendo a ridosso della via Regia (denominata corso Vittorio Emanuele dopo l'Unità d'Italia), con abitazioni generalmente dislocate intorno ad ampi cortili, caratterizzati da grandi forni comuni in pietra vesuviana e da locali adibiti a deposito di materiale; più complessa era la tipologia delle residenze dei proprietari terrieri, che si sviluppavano su pianta quadrata, con corte centrale generalmente articolata in due sezioni: nella prima, ad uno o più piani, vi erano le abitazioni per i braccianti, i locali per la stalla ed i depositi; ai piani superiori alloggiavano, invece, i padroni. La seconda sezione era, invece, destinata a rustico con ampio terrazzo, dove venivano messe ad essiccare le varie produzioni agricole; al di sotto della corte, anche a diversi metri di profondità, c'erano i "cellai", locali dove venivano conservate botti di vino, fascine, legna, ghiande ma anche grano, miglio, fagioli, fave, prodotti che servivano ad alimentare la popolazione e gli armenti, o che erano messi in vendita.